Monumento ai Caduti _ Malosco
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Per capire a fondo l'importanza dell'intervento e dell'opera qui descritta sembra doveroso conoscere chi ne fu l'autore.

GIORGIO WENTER MARINI
 
Nasce a Rovereto l’8 febbraio 1890, durante un inverno freddissimo, a Palazzo Fedrigotti, austera residenza padronale, figlio di Giuseppe Wenter e Maria Marini. Il cognome materno lo aggiunse nel 1917, mentre lavorava a Roma presso lo studio di Marcello Piacentini, perché stufo delle polemiche e delle  critiche su quel suo “essere straniero” e “fungo parassita”.
Nella sua memoria i primi anni di vita scorrono così: “Due rigide stanzone a stucchi settecenteschi. Stufe rotonde, monumentali, in ceramica. Palazzo su Corso San Rocco di Rovereto, disabitato. Giovane mamma. Gracile bambinetto. Affannata. Lo riscalda con l’alito novello “bue e asinello” d’un presepio. Cascami di seta della nonna, per tenerlo caldo. E’ febbraio.
Solo l’eco riporta, dall’angolo opposto del cortile circolare, speronato, la voce stentorea di Primo, l’ortolano. Abita nell’antica cucina padronale. E il vecchio Valentino.
Un povero ex voto all’altare della Madonna nella chiesa di Loreto. Mi vedo nella grande cucina di casa Tisi. Ampia scansia all’intorno, di tutt’altezza, come in una sagrestia. Sul seggiolone, all’angolo estremo della grande tavola. Piattello in ferro smaltato, per reggere ai frequenti voli, con un omino fra ornati azzurri. Candido bavaglino.  Grembiuletto a righe biancazzurre, da asilotto. Alle prese con involtini di polenta gialli, cosparsi di molto formaggio grattugiato e di burro fritto.
Primi disegni a matita colorata. Sotto gli occhi della signorina dell’ultimo piano. Quadernetto quadrettato.  “La Croce di Santa Maria, dai mille lumetti ad olio, la sera del Venerdì Santo”.
Lunghe soste, nei Paganini, tornando dalla maestra Gonfalonieri, avanti alla vetrina del decoratore Bisoffi, che pitturava. Tanti barattoli preparati di colore acquoso, da parte; gli occhiali sulla punta del naso. E medaglioni in gesso, patinati in oro, argento e rame, di Rosmini e di Verdi, che mandava dappertutto. Ecco i più lontani ricordi.”
In quel fine secolo assiste al restauro di palazzi a opera di artisti come il Sezanne,  che lavorano in stile rinascimentale, italico: a Rovereto sta sbocciando l’irredentismo e il piccolo Giorgio passa ore ad osservare affascinato il fiorire di artisti e opere d’arte.
Dal 1901 al 1909 frequenta la Scuola Reale Elisabettina.  Per un eccezionale incontro di insegnanti, programmi e allievi, da questo istituto usciranno personaggi come il Wenter stesso, Depero, i due  Baldessari, Garbari, Tiella, Costa, Tonini Bonazza, Martinelli, Maganzini, Cainelli, Armani, Melotti, Fiumi, Caproni e Maroni. Apprende i rudimenti del disegni e dell’acquerello da Luigi Comel, insegnamento che gli resterà fortemente impresso, la geometria e l’assonometria da Coriselli.
L’ovvio proseguimento, con Rovereto ancora territorio austro-ungarico, è il corso di Architettura del Politecnico Reale di Vienna. Ma lui e i suoi compagni filo italiani sono malvisti e mal sopportati da professori e allievi; così già nel 1910 lo troviamo a Monaco dove frequenta la Reale Accademia Superiore di Belle Arti e la facoltà di architettura della Regia Scuola Tecnica Superiore Bavarese, presso la quale si diploma ingegnere architetto con un ottima media.
Rientrato in Trentino svolge il suo primo praticantato di restauro, collaborando con l’ingegner Dorna, l’architetto Grillo e l’ingegner Florio a Stenico, nelle Giudicarie, distrutto da un incendio.
Studia le rovine e visita con cura i dintorni per mantenere particolarmente il carattere montano del paese e rivalutare il lato tecnico-artistico. Riesce ad afferrare l’importanza dei particolari locali e sostituisce previste architravi in muratura con quelle in legno, ballatoi in ferro battuto con quelli tipici in legno traforato, modifica le sporgenze di gronda predeterminate e apre ampi timpani per arieggiare i fienili. Riuscirà così a guadagnare il rispetto e l’approvazione degli abitanti e dei tecnici e colleghi.
Ciononostante dovrà prendere la sofferta decisione di fuggire, disertore, in Italia. Così, nel 1915, lo troviamo a Roma, dove collabora con Giacomo Boni, il prof. Collini e il prof. Maturi a rilevare palazzi, ritrovamenti ed iscrizioni, grazie anche alla frequentazione dei due concittadini archeologi Paolo Orsi e Federico Halbherr.
Lo troviamo finalmente nello studio di Marcello Piacentini dove nei successivi tre anni si occuperà, oltre che del famoso Corso Cinema Teatro, di vari progetti di sistemazioni edilizie ed urbanistiche.
In tutti questi anni parallelamente all’architettura Wenter si dedica moltissimo alla pittura ed alla grafica, conseguenza naturale alla preparazione multidisciplinare delle scuole austriache. Troviamo, nei suoi lavori, un approccio “pittorico”; le architetture dipinte, per lui, sono cosa normale. Uno dei suoi modelli preferiti, oltre a Heini, Klimt, Schiele, Egger-Lienz ed altri, sarà Segantini, del quale troviamo l’influenza in numerose opere wenteriane, soprattutto giovanili.
Altra arte in cui eccellerà sarà il graffito. In un  articolo su L’Architettura Italiana il prof. arch. Alberto Miccicchè, afferma: “ma il lato veramente geniale ed originale di G.W.M., e che lo distingue da ogni altro, è la sua magistrale competenza nell’arte del graffito; …A quest’arte egli si è dedicato con tale passione che (acquistata una virtuosità di tecnica impareggiabile) è riuscito a darci dei piccoli capolavori. … Nella cappella di S. Ilario di Rovereto la potenza del graffito è tale che la chiesina si direbbe decorata a mosaico e del miglior mosaico dell’epoca bizantina. … Si direbbe una reincarnazione degli artefici del primo rinascimento, tanta è la fede e l’entusiasmo con cui lavora.”
Oltre che a S. Ilario opere a graffito del Wenter le possiamo ammirare nella chiesa della Madonna del Carmelo, sempre a Rovereto, Nella parrocchiale di Dasindo (timpano), il tabernacolo di Monatagnaga di Pinè e in varie opere minori tra le quali la cappellina del Cimitero di Malosco.
Nel 1919 viene richiamato in Trentino dall’amico Giuseppe Gerola, al Commissariato per le Belle Arti del Regio Governatorato di Trento.
Il lavoro svolto a Stenico non era stato dimenticato e aggiunto alla maggior esperienza acquisita a Roma e alla convinzione, più volte esternata in articoli precedenti ancora la fine della guerra, che fosse necessario il maggior rispetto della tipologia dei luoghi, che i piani regolatori dovessero dare solo indicazioni di massima, che necessitasse un  idea conservatrice, di preservazione dell’identità alpina, ne faceva l’uomo ideale a cui affidare l’imponente compito di affrontare gli enormi problemi derivanti dalla ricostruzione dei paesi danneggiati.
L’impegno dimostrato, e i risultati ottenuti, porteranno l’arcivescovo di Trento, Monsignor Endrici, a nominarlo anche consigliere per l’Opera di Soccorso delle Chiese Rovinate dalla Guerra, incarico prestigioso che lo vedrà attivo in tutta la provincia.
L’anno successivo entrerà pure nell’Amministrazione Provinciale come architetto con l’incarico della manutenzione degli edifici provinciali e come consulente agli uffici edilizi e di urbanistica.
Nel settembre del 1921 giunge anche la convocazione quale membro della “Commissione consultiva per l’esame degli erigendi monumenti commemorativi dei fatti e dei caduti in guerra”. E in Trentino il Wenter di monumenti ai caduti ne progetterà quasi una decina, tra i quali quello, appunto, di Malosco.
In effetti gli anni Venti saranno, per quanto riguarda l’architettura, i più prolifici del Wenter Marini. Leggendo i suoi appunti autobiografici ci si può fare un’idea abbastanza precisa della sua concezione su questo argomento: “Complessa attività mezzo architetto, mezzo pittore. Concezione dell’opera nell’ambiente che la deve circondare ed accogliere. Quadro armonico, costruito plasticamente a valore spaziale e di colore allo stesso tempo. Studio stilistico delle architetture, non disgiunto dal concetto urbanistico che deve mantenere i rapporti scalari fra edificio, piazza, strada. E nello stesso tempo valorizzare l’antico, ma esprimere il proprio tempo sinceramente, senza mascherature, concessioni, compromessi. Avversione alla faciloneria ed alla superficialità allora imperante delle ornamentazioni assurde. (più avanti dirà : il mio primo compito fu quello di combattere decisamente il capitelluccio a fiorami e nastri svolazzanti, il virtuosismo alla Basile, per far comprendere   la sana derivazione dell’ornato dalla natura. Contrapporre al facile e troppo lezioso liberty, il senso della forma e della misura che noi amiamo nell’arte egizia, grecoromana, cinese come pure nella Rinascenza italiana.) Falsi orpelli in vile cemento in serie. Valorizzare invece, i nostri materiali del sito, che sono tutti belli e giocondi: pietra, mattone, cemento, ferro, legno. In maniera sana, spregiudicata, elementare, genuina, per una moralità artistica e professionale di ben fare, che aborre il falso ed ama la proprietà. (…) E’ l’idea programmatica. Studio del passato come composizione stilistica comparata, sotto forma di disegni analitici in maniera molto sintetica. In cui il finimento ornamentale, che ne caratterizza poi l’epoca, secondo il quale si parla comunemente di stile, è sorvolato per accentuare invece il concetto, lo spunto, il motivo architettonico dominante nel gioco sapiente delle proporzioni. Severa raccolta di elementi, di idee, per addivenire poi alla creazione.  Ed allora, non si scopiazza o si imita, ma si progetta moderno, aderente al tempo in cui si opera, ai materiali da costruzione che si trovano sul sito ed all’ambiente che deve accogliere la nuova opera.”
 Wenter Marini in quel periodo fa parte, anzi ne è il portavoce, del Circolo Artistico Tridentino, cui fanno parte pure Sottsass Sr, Tomasi, Bonazza ed altri. Si trattava di artisti formatisi nelle scuole austriache o tedesche che venivano visti come “nostalgici” in un clima di italianizzazione. E’ di questo periodo, 1922, la polemica sull’Istituto Educativo Provinciale di S. Ilario a Rovereto che era stato affidato al Wenter Marini, salvo essere poi bloccato, con decreto civico, dall’ingegnere capo del Comune perché di “architettura perfettamente tedesca”. A seguito di un sopralluogo congiunto di Belle Arti e Lavori Pubblici il progetto fu pienamente riabilitato come “concepito secondo le direttive dell’arte moderna italiana e con il rispetto delle esigenze estetiche dell’ambiente cui era riferita”, ma la vicenda è sintomatica del clima dell’epoca. Già quattro anni prima con un articolo su Alba Trentina il Wenter era intervenuto auspicando che “il caldo abbraccio italiano” non cancellasse le connotazioni tipologiche montane, cioè trentine, perché viste troppo tedesche dalla politica anti-tedesca del governo romano. Secondo lui la tipologia trentina del costruire non era più tedesca ma neanche proprio italiana: era montana, trentina, appunto. Cerca di smuovere i tecnici locali da quel rifiutare a priori ogni elemento tedescofilo per far loro capire che la “trentinità” aveva delle sue peculiarità che andavano al di là delle influenze nordiche.
Giorgio Wenter Marini era una personalità tesa al dialogo, forse a volte alla retorica, ma sempre in termini costruttivi. Presenta lavori (vedi ad esempio il progetto per la sistemazione dell’area “ai Muredei” a Trento), riconosciuti dalla critica ma inesorabilmente respinti dalle commissioni giudicatrici, organizza esposizioni d’arte e di architettura, interviene spessissimo sulle pagine dei giornali locali , il tutto nell’ottica di sollecitare una risposta, di partecipare la società alle problematiche che tanto lo interessavano, ma spesso gli tocca la parte dell’incompreso.
Questa posizione di “conservazione”, di regola, del Wenter contrapposta a quella dell’”innovazione” , della rivolta, dei futuristi cui faceva capo Depero, sottolineata ampiamente dalla polemiche tra i due seguite alla Mostra d’Arte del 1922,  porterà il nostro uomo a una specie di rinuncia, ad un  isolamento causa il quale si  interesserà sempre più strettamente all’aspetto  professionale lasciando poco alla volta il pubblico dibattito artistico fino a quando nel 1927 abbandonerà la professione e passerà all’insegnamento.  Non sarà una decisione dovuta ad un colpo di testa ma la conclusione di un calvario durato alcuni anni. Dopo la vicenda dei futuristi infatti un nuovo smacco: nel 1924 a Trento si tenne la Mostra Vigiliana di Architettura Moderna. Per il Wenter Marini era una magnifica occasione per far conoscere e apprezzare le caratteristiche del “costruire trentino”. Per far ciò delinea un manifesto programmatico d’intenti della scuola trentina; “costruire semplicemente ma in maniera che l’edificio corrisponda al suo scopo, sia comodo, pratico, igienico…. Costruire semplicemente significa pure senza inutili fronzoli ma in belle proporzioni, usando i nostri bellissimi materiali, noi che siamo nei paesi della pietra. E costruire anche ambientandoci cioè unendoci per uso di materiali, per adozione di forme costruttive nostrane e per uso di motivi nostri e caratteristici dell’ambiente.”
La mostra fu affiancata da un’imponente azione promozionale ma vuoi per la scarsa abitudine del pubblico ai fogli progettuali, vuoi per la limitazione ai soli esponenti del Circolo Artistico, scelta che scatenò critiche e antipatie, vuoi per il momento non favorevole, non  ebbe il successo sperato, anzi il Wenter lamenta che “la cittadinanza intellettuale non volle assolutamente aprire gli occhi” e aggiunge che “era l’unica occasione in cui questo gruppo moderno di architetti alle parole presentava i fatti, che valevano molto più di polemiche, chiacchiere o critiche.”
Aggiungiamo che fra il 1920 ed il 1925 il Wenter si era sposato ed era diventato padre di due bambini, Riccardo ed Eliana, cosa questa che aveva un po’ stemperato i suoi lati più intransigenti anche in vista della necessità di una maggior tranquillità economica. Ed ecco il colpo di grazia: nell’aprile del 1927, siamo in piena crisi edilizia, viene congedato dall’Amministrazione Provinciale, dal cui servizio era stato esonerato dal mese precedente.
Sappiamo, dalla corrispondenza fra due amici (Tomasi e Bonapace), che sul lavoro l’aria era pesante da un po’. Aveva avuto problemi per la decorazione di S. Ilario, peraltro lodata da esperti e riviste, e addirittura un processo disciplinare per la decorazione della sala della R. Prefettura, eseguita durante le vacanze. “Alla Provincia preferiscono l’uomo macchina all’uomo artista. Lo seccarono ed irritarono in modo veramente biasimevole. … Solo con il povero Wenter vollero osservare scrupolosamente la legge!! Altri invece, che hanno lavorato dopo l’ufficio, dunque contro la legge, si sono preso il titolo di cavaliere…” 
Amareggiato, disilluso e senza prospettive di lavoro, scrive all’amico Oddone Tomasi: “Vivo ritiratissimo e sento che molti si sono allontanati da me. E’ il solito quando succede un rovescio di fortuna. Sono così lieto che la zavorra delle conoscenze se ne sia andata.” Tutto ciò lo porterà ad un grave esaurimento nervoso, nei primi mesi del 1928, dal quale però riuscirà ad uscire grazie ad un nuovo interesse che risveglia tutta la sua combattività ed energia: viene nominato insegnante di disegno professionale presso la Scuola d’Arte Industriale di Cortina d’Ampezzo.
Questa opportunità viene presa molto seriamente dal Wenter Marini che si scopre, suo malgrado, insegnante di grande talento. Farà rinascere e riscoprire ai suoi allievi l’arte applicata, la ceramica, l’intarsio, i lavori in metallo, la tessitura ed il mosaico. “Sognavo così un artigianato più elevato del semplice industriale, che sentisse e curasse il suo mestiere, congegnato orchestralmente, per raggiungere quella finitezza armonica che emana dalla cose passate. ...  Il contatto diretto con pittori e scultori amplificò le mie possibilità lavorative, perfezionò, affinò, approfondì la mia visione simultanea. Allargò anche la possibilità creativa, produttiva, col concorso di altre menti e di altrettante braccia.”
Dopo Cortina lo troviamo a Cantù e a Padova, ma sempre per brevi periodi. Nel 1938 finalmente a Venezia, incaricato della cattedra di Architettura e Costruzioni all’Istituto d’Arte di Venezia. Nel 1944 la libera docenza per l’insegnamento di Architettura degli Interni, Arredamento e Decorazione presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia e nel 1953 diviene direttore all’Istituto d’Arte governativo, sempre di Venezia, dove già insegnava. Il rapporto con gli allievi, con le “giovani menti”, lo attirerà sempre più e sarà fonte di grande gratificazione per entrambe le parti. “Difatti ho costruito, nel vero senso della parola, in questi nove anni, la « scuola ». Mi sono fatti prima gli insegnanti: collaboratori ideali, i veri ferri del mestieri. Immettendoli , poi, nella scolaresca operante. Questa creazione viva, che ha plasmato i più diretti colleghi, costituisce certamente la  mia più ambita soddisfazione, che intesi come missione. Dare la massima libertà agli insegnanti ed ancor più agli allievi, concedere a tutti la rara soddisfazione di fare quanto si vuole, si crede bene e bello fare, con piena libertà e responsabilità. … Una sana coscienza ed una fiducia in se stesso nel giovane artigiano, che deve fare opera d’arte, senza tirar via, speculare inopportunamente. Fare bene, anche se costa il doppio. Se no, rifare.”
Rimarrà a Venezia fino alla morte, nel 1973.
 
“L’architetto deve essere all’avanguardia. Essere precursore. Prevenire. Prevedere. Mettersi in testa al movimento ascensionale  del pubblico. Risolvere tanti problemi per abbellire la vita, nella casa e nella città, dove opera e vive.”
“ Si dice che io sia scontroso, schivo, solitario, intransigente, più adatto a far chiese e cimiteri, che non teatri e cinematografi. I miei clienti ed estimatori furono rari. Non ebbi occasione di costruire, per il mio temperamento tutto d’un pezzo. Non concordante. Assoluto. E’ vero. Sono riservato. Di poche parole. Ma a tempo giusto, quando l’argomento m’interessa e m’appassiona, quando sono con i miei ragazzi, divento loquace, per portare ragioni e argomenti, per convincere. Persuadere. Nemico sempre di compromessi, concessioni, opportunismi.”  
“Non è detto che il montanaro sia chiuso allo spirito del bello e, forse, ha più venerazione che non l’artigiano di città. Perché in alto, sopra le miserie umane e i fumi della civiltà, lassù tra le montagne più maestose, fra l’infuriare della tempesta, l’urlo dell’uragano ed il sole più bello, l’animo si esalta, diventa poeta e filosofo. Più sano e più semplice.”


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